martedì 14 maggio 2013

A che pensi?

PREMIO ANDERSEN 2013!

“A che pensi?” di Laurent Moreau, Orecchio Acerbo Editore
MIGLIOR LIBRO FATTO AD ARTE - 2013

"Per essere un libro piacevolissimo con semplici ed azzeccate soluzioni animate.
Per svelare, al contempo e pian piano, una sua indubbia e fertile complessità,
capace di offrire percorsi diversi e non scontati in una sorta di attraente “catalogo” dei sentimenti.
Per la bellezza delle immagini, contrassegnate da una radiosa predisposizione al colore e alla composizione."

La cerimonia di premiazione avverrà sabato 25 maggio al Museo Luzzati nel Porto Antico di Genova, a partire
dalle ore 15, al centro di una serie di iniziative in città sui temi della promozione della lettura e della letteratura
per l’infanzia.
Il libro premiato concorrerà inoltre al Super Premio Andersen 2013, assegnato da una giuria allargata di esperti
che decreterà la migliore opera in assoluto, il Libro dell’Anno.
PREMIO ANDERSEN 2013!

“A che pensi?” di Laurent Moreau, Orecchio Acerbo Editore
MIGLIOR LIBRO FATTO AD ARTE - 2013

"Per essere un libro piacevolissimo con semplici ed azzeccate soluzioni animate.
Per svelare, al contempo e pian piano, una sua indubbia e fertile complessità,
capace di offrire percorsi diversi e non scontati in una sorta di attraente “catalogo” dei sentimenti.
Per la bellezza delle immagini, contrassegnate da una radiosa predisposizione al colore e alla composizione."

La cerimonia di premiazione avverrà sabato 25 maggio al Museo Luzzati nel Porto Antico di Genova, a partire
dalle ore 15, al centro di una serie di iniziative in città sui temi della promozione della lettura e della letteratura
per l’infanzia. 
Il libro premiato concorrerà inoltre al Super Premio Andersen 2013, assegnato da una giuria allargata di esperti
che decreterà la migliore opera in assoluto, il Libro dell’Anno.

domenica 12 maggio 2013

Supplica a mia madre

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Pier Paolo Pasolini

venerdì 10 maggio 2013

cinemamme

CINEMAMME...finalmente anche a MILANO!

E’ possibile essere una neomamma a e andare al cinema con il proprio piccolo? Dal prossimo autunno sì.

Il cinema Anteo apre le porte ai passeggini per offrire ai neo-genitori una proiezione a misura di bebe’ in un ambiente accogliente.
Ci saranno il fasciatoio nel bagno, l’area giochi nel foyer, lo scalda-biberon al bar, il volume piu’ basso, la luce soffusa, l’allattamento in sala durante la proiezione e il pianto libero per tutti i neonati!
Ci saranno gli incontri con le ostetriche, le chiacchiere con altri genitori, le presentazioni di attivita’ e iniziative rivolte ai piccolissimi e alle loro famiglie.

Ci sara’ anche il biglietto a prezzo ridotto.

Un’anteprima del progetto domenica 12 maggio ore 11 Anteo, Sala 400 con proiezione del film di Alina Marazzi “Tutto parla di te” e incontro con la regista

chiamiamolo Autosvezzamento

CHIAMIAMOLO “AUTOSVEZZAMENTO”
 
Potremmo chiamare questo nuovo/ antico modo di svezzare i bambini “autosvezzamento”. Dobbiamo aver fiducia in ciò che la scienza e la quotidiana osservazione dei bambini ci suggeriscono: solo quando i bambini raggiungono una maturità sufficiente è per loro possibile assumere alimenti diversi dal latte, materno o artificiale, in tutta sicurezza, gioiosamente, senza astruse combinazioni di più o meno esotici prodotti industriali, con minima spesa e grande soddisfazione dei genitori. Le più importanti organizzazioni sanitarie ci suggeriscono i sei mesi di vita come limite minimo da superare prima di iniziare lo svezzamento. Ebbene da quel momento in poi, al primo segnale di interesse da parte del bambino nei confronti del pasto dei grandi, gli si offrirà un piccolo assaggio di ciò che si sta mangiando, e così per tutte le portate. Si smetterà quando il bambino non farà più richieste. Lo stesso si farà ai successivi pasti. Le poppate intanto continueranno con la cadenza abituale, ma inevitabilmente quelle vicino al pranzo e alla cena diventeranno sempre meno consistenti fino a scomparire. In questo modo, insensibilmente e ognuno con un proprio ritmo, i bambini si adeguano alle abitudini alimentari delle loro famiglie.


di Lucio Piermarini

l'autosvezzamento

Cos’è?

Autosvezzamento è il termine inesatto ma semplice e immediato per indicare l’alimentazione complementare a richiesta: il più naturale, sano e rispettoso modo per una naturale evoluzione dell’alimentazione dei bambini dall’allattamento ai solidi, guidandoli attraverso il lento e graduale passaggio da una dieta a base di solo latte materno o artificiale all’universo dei cibi “dei grandi” per uno svezzamento senza traumi.
Autosvezzamento è vivere pasti sereni in armonia con tutta la famiglia, pasti durante i quali si mangia tutti assieme e si condivide il piacere della tavola, con tutti i risvolti educativi e culturali che il cibo porta con sé.
Autosvezzamento è lasciare ogni cosa a suo tempo: per introdurlo al mondo dei solidi, lascia che tuo figlio abbia innanzitutto perso il riflesso di estrusione (ovvero quello che fa tirare fuori la lingua se si stimola la bocca, necessario per la suzione al seno, e che molti confondono con l”abitudine al cucchiaino”), che sia capace di stare seduto senza aiuto e che mostri interesse verso quello che i grandi fanno a tavola durante i pasti. Questi sono i segnali che indicano che i bambini sono pronti ad affacciarsi al mondo dei solidi. Ciò avviene di norma attorno ai 6 mesi, a volte poco prima, in molti casi dopo.
L’alimento principale, la base della dieta del bambino, rimane il latte. Ecco perché si parla di alimentazione complementare. Ma mentre tuo figlio continuerà ad assumere dal latte tutto ciò che al suo organismo risulta necessario, imparerà a conoscere i cibi. Forme, odori, sapori, consistenze.
Autosvezzamento è mangiare tutti più sano: per condividere il pasto con il loro bambino ed essere certi di offrirgli la cosa giusta, i genitori vengono stimolati a cucinare sano, per se stessi e quindi per i loro figli, e offrire pasti bilanciati.
Autosvezzamento è rispetto del bambino, delle sue scelte, dei suoi gusti, della sua sazietà e dei suoi no. Rispetto della tranquillità dei pasti, dei genitori e quindi dei figli. Niente pianti perché “non mi mangia”, perché non vuole questo o non vuole quello. Niente stress perché “non ha finito la sua pappa, come farà a reggersi in piedi?”. Niente improbabili scenette per tentare di fargli aprire la bocca e mangiare. I bambini hanno la capacità di autoregolarsi e dobbiamo solo imparare a rispettarli e dare loro fiducia.
Il cibo può essere sminuzzato per facilitare loro la masticazione (Piermarini) o offerto com’è, in forma di striscette e bastoncini che loro succhiano e mordicchiano (Rapley). Aumentando le capacità manuali e masticatorie (sì, masticano anche senza denti) e imparando che il cibo riempie la pancia, la quantità di cibo assunta sarà sempre maggiore, e nel tempo calerà la richiesta di latte. Tutto avviene in maniera molto molto graduale.


“Immagina di avere sei mesi: ti stai divertendo a copiare tutto quello che fa la tua famiglia e vuoi afferrare ciò che loro hanno in mano per scoprire che cos’è. Quando guardi i tuoi genitori che mangiano ti affascinano gli odori, le forme e i colori. Tu non lo sai che stanno mangiando perché hanno fame, ma vuoi semplicemente provare a fare quello che fanno loro, qualunque cosa essa sia; è così che impari. Tuttavia, invece di permetterti di unirti a loro, i tuoi genitori continuano a metterti in bocca una qualche poltiglia con un cucchiaino. La poltiglia ha sempre la stessa consistenza, ma il sapore sembra variare: a volte è buono, altre no. Se sei fortunato te la faranno vedere, ma raramente permetteranno che tu la tocchi. A volte sembrano avere fretta, altre ti fanno aspettare prima di darti il boccone successivo. Quando sputi ciò che ti hanno dato perché ti hanno preso di sorpresa (o magari per vedere che aspetto ha) lo raccolgono il più velocemente possibile e te lo rificcano in bocca. Tu non hai ancora imparato che questa poltiglia ti riempie il pancino, così se hai fame ti irriti perché tutto quello che vuoi è una bella poppata. Magari se non hai tanta fame e la poltiglia è buona stai al gioco, ma rimani comunque curioso di sapere gli altri cosa stanno facendo e vorresti che permettessero di farlo anche a te.”
G. Rapley, T. Murkett, Baby Led Weaning (ovvero, Svezzamento pilotato dal bambino, NdT), p.30
vedi:
http://www.autosvezzamento.it/autosvezzamento-cioe/cos-e-l-autosvezzamento/#ixzz2SsMARmXn

giovedì 9 maggio 2013

non è un paeseper mamme

Vita da madre nel Terzo millennio
Così si raccontano cento donne

Abbiamo inviato un questionario a un gruppo di mamme del nord e sud d'Italia: in tante hanno pagato la maternità con la solitudine e spesso hanno perso il lavoro. Ma c'è anche chi, con un impiego precario,  ha dovuto rinunciare ad avere un figlio. Lo Stato? Il grande assente:una su due vorrebbe cambiare Paese

ROMA - Dicono sia la cosa più bella del mondo. Molto probabilmente lo è. Ma il mondo delle giovani madri, spesso, somiglia a un delirio di solitudine. Soprattutto in Italia. La vita precedente, dopo il parto, non esiste più, soppiantata da un'altra in cui è la donna, salvo rarissimi casi, a occuparsi di ogni cosa e a ritrovarsi, in poche ore, a gestire un essere umano che ha bisogno di tutto. Notti insonni, crisi di panico, senso di inadeguatezza, neanche più un minuto per sé, in molti casi l'obbligo di dire addio al lavoro. Per le donne che prima di diventare madri lavoravano, viaggiavano e uscivano, la maternità rappresenta un'"amputazione". Perché la vita di chi è alle prese col primo figlio è fatta di dieci, dodici, ventiquattro ore al giorno in compagnia di un bambino che non parla, ma piange, mangia e ogni tanto si ammala. Moltissime non hanno nessuno a cui rivolgersi, dato che il compagno - quando c'è - lavora, e gli amici si defilano appena sanno che la tua vita è legata a quella di un bambino di poche settimane.

Questo il profilo che emerge dalla nostra inchiesta sulle madri in Italia, cento intervistate da nord a sud del paese. Tra loro diplomate, laureate, qualcuna anche in possesso di un master. Moltissime con uno o due figli di meno di 5 anni. Anche se in tante possono far ricorso all'aiuto dei nonni, si sentono sole. Solissime. Una su quattro dichiara che la cosa che la fa soffrire di più è l'indifferenza degli altri di fronte alle proprie difficoltà. Una cosa che pesa addirittura più delle discriminazioni sul lavoro. E non certo perché queste non ci siano: le disoccupate tra le intervistate sono 25 su cento. Di queste 21 hanno smesso di lavorare dopo la maternità.
Per scelta? Sì, ma quasi sempre per forza. "Circa l'8% delle lavoratrici subisce discriminazioni sul lavoro in conseguenza del fatto di avere un bambino. Quasi sempre - spiega Alessandra Menelao, Responsabile dei centri di ascolto mobbing e stalking UIL - quelle del sud dopo il parto non tornano più al loro precedente impiego. Tutte, senza distinzioni territoriali, denunciano poco. Il 'mobbing da maternità' emerge più facilmente nel privato che nel pubblico, ma questo solo perché nel pubblico ci sono comitati che prevengono queste situazioni. Il settore più colpito, comunque, è il terziario".

Il senso di abbandono pesa quanto le difficoltà economiche. La spesa media per un figlio che ha meno di 10 anni si aggira sui 300 euro al mese e le famiglie che hanno due o tre bambini arrivano a spenderne anche 1000. I nidi migliori si trovano in Emilia Romagna ed è questa la regione dove troviamo anche le madri più soddisfatte della propria condizione. Non è un paese per mamme, insomma? Le nostre intervistate non hanno dubbi: Italia bocciata da un plebiscito. E nasce addirittura la voglia di scappare, un desiderio espresso da una donna su due. Pronte ad emigrare negli Usa o in Nord Europa , in Sud America o in Australia. Altro che festa della mamma, o maternità come status symbol. Soprattutto chi ha figli in questo paese si sente stretto.

Per fortuna ci sono i paracadute: certo i nonni, non tanto per il sostegno economico, quanto per il ruolo di super baby sitter. Ma neppure il sostegno dei "secondi genitori" va dato per scontanto se una madre su quattro dichiara di non ricevere alcun tipo di aiuto. Anche per questo una delle cose che rende più felici le nostre intervistate è l'incontro con servizi sociali o volontari in gamba. E stanno nascendo anche gruppi di mutuo aiuto tra madri, basati sui social network. Tra associazioni e reti in Italia sono circa un migliaio le nuove realtà.

I risultati di questa inchiesta si allineano con quelli raccolti dal Formez, Centro servizi, assistenza, studi e formazione per l'ammodernamento della P. A., dal quale emerge un profondo disagio da parte delle madri italiane, soprattutto dal punto di vista economico. Il servizio Lineaamica, che riceve ogni giorno decine di telefonate con richieste di aiuto da parte di donne madri, ha infatti registrato che, su 280 contatti raccolti ultimamente, le domande più frequenti riguardano il funzionamento della social card (38%), i contributi per i nuovi nati (25%), i pagamenti bonus bebè previsti dalla Regione Lazio (20%) e le novità introdotte dal decreto Fornero-Grilli del 22 dicembre che introduce importanti innovazioni per i neogenitori lavoratori.

Le difficoltà pratiche e il senso di abbandono sofferto dalle madri restano però un allarme che la società non vuole ascoltare. E, paradossalmente, l'icona stereotipata del materno sembra, da dieci anni a questa parte, essere tornata in voga in tutto il suo splendore. Se sei donna "devi" essere madre. E, soprattutto, devi esserlo bene. E non solo in Italia. Esattamente un anno fa, la copertina del settimanale Time ritraeva una madre che allattava il figlio di quasi quattro anni, condizione essenziale "per farlo crescere sereno", si leggeva nel pezzo interno al giornale.

A sviscerare lo stereotipo della "mamma per forza a tutti i costi" ci ha pensato la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini col bellissimo "Di mamme ce n'è più d'una" (Feltrinelli, 315 p., 15 euro), libro che, basandosi su decine di post scritti da donne sul blog dell'autrice, racconta questa virata dell'immaginario verso la maternità come destino e non come scelta e dell'ostinata, miope riproposizione di due soli modelli di madre: quella che rinuncia a tutto per sacrificarsi al figlio, e la madre acrobata, che concilia lavoro e famiglia col sorriso sulle labbra. "Ma ne esistono migliaia, non due", spiega l'autrice.

Una conclusione che, a luce delle risposte raccolte con la nostra inchiesta, non si può non condividere. Perché ogni madre è, prima di tutto, una donna. Avere per anni sottovalutato o addirittura ignorato questa realtà ha creato una società incapace di accogliere e sostenere le sue protagoniste nel momento più delicato della vita, nell'assurda convinzione che una madre abbia più doveri che diritti e che l'inclinazione al sacrificio faccia parte del suo dna. "Perché si può essere culturali quanto si vuole  -  spiega Lipperini  -  ma infine il concetto di sacrificio  -  concetto cattolico radicatissimo nella nostra vita  -  è quello che ti morde il cuore. Se non ti sacrifichi, non sei. Questo, temo, è il vero punto della  'diversità' italiana: un Paese che santifica le madri, e dove le madri sono talmente intrise del concetto di sacrificio, volenti o nolenti, che nei fatti hanno ottenuto pochissimo in termini di riconoscimento sociale".






http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/06/news/non_un_paese_per_mamme-58177460/
 

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